L’incubo del tfa

I Cap.

Il mondo si divide in due, come nel programma televisivo di Paolo Bonolis e Luca Laurenti, Ciao Darwin…: da un lato quella cerchia di persone che rientra con gli appellativi di “sognatore”, “coraggioso”, “ambizioso”, “petaloso”, “diverso”; dall’altro abbiamo quelli che si fanno chiamare “razionali”, “abitudinari”, “concreti” ma anche “disfattisti” e “rassegnati”. La frammentazione sociale avrebbe tutte le carte in regola per costituire le basi solide di un partito politico, non fosse che i partiti ormai non poggiano su solide basi. I sognatori, invece, sì. Tengono duro e lottano, sfidano l’onda. I disfattisti la ignorano o cercano di salparla solo quando è vicina alla costa. Potremmo dare un nome a queste due squadre specificando le prospettive di ciascuna.
La prima squadra, quella dei sognatori, è favorevole al cambiamento, all’eccezione, alla scarsa probabilità e alle passioni. Diversamente da ciò che si pensa, i sognatori, che possiamo definire gli AntiTFA – che non è una particella del nostro organismo o un composto chimico, ma una posizione a sfavore del Tirocinio Formativo Attivo – credono che il TFA non è l’unica luce fuori dal tunnel. Il secondo gruppo, invece, i ProTFA – cioè coloro che sono a favore di questa grande occasione lavorativa – sono un gruppo compatto e competitivo che s’impegna sin da subito a colmare i crediti mancanti per partecipare alla propria classe di concorso. Un gruppo disinformato che dall’onda si lascia trasportare senza conoscerne la potenza e il rischio. La probabilità è data dal numero di posti fissi in tabella, oltre che dal posto sì propriamente detto “fisso”. Una vera e propria guerra interna che il gruppo ProTFA tenta insieme a consiglieri cartomanti vari ed eventuali che leggono per loro i decreti e i requisiti necessari, prima ancora dell’uscita del bando ufficiale. Un gruppo razionale che vede attraverso una palla di vetro dove vengono proiettate immagini gloriose del passato. Una scena bellissima che lascia senza fiato. Uno di loro lamenta la laurea che non ha per poter insegnare quella o l’altra materia. L’altro lamenta il credito in meno che è disposto a pagare ad un qualsiasi corso di laurea statale o telematico, poco importa, “Voglio quella materia” dice. Una guerra fredda. La resistenza allo step finale sembra resistere ai colpi del portafogli e della televisione che intanto ha raggiunto il titolo di Satana. Quello che dice la televisione è da confutare. Si corre alla ricerca di conferme di quanto sentito, ci si confonde, ci si scontra, ci si azzuffa con decreti e normative.
Dall’altra parte, i sognatori restano a guardare. Silenziosamente chiedono informazioni sull’accaduto. Un sognatore laureato si avvicina per cercare di comprendere più da vicino il caso bellico. Uno del gruppo dei disfattisti si ferma a rispondere al sognatore. Sono risposte dure dette con rabbia.
“In che cosa sei laureato?”.
“Io? In lettere, ma vorrei fare altro nella vita, ho un progetto diverso dal vostro”.
“Ah ah ah… e cosa vuoi fare?”
“Vorrei fare il drammaturgo”.
“Cosa? Ma fai il TFA. Con la tua laurea puoi insegnare!”
“Insegnare cosa?”
“Tutto! Hai un lavoro… un posto fisso”.
“No, non m’interessa”
“Non vuoi lavorare…?”
“No, non m’interessa insegnare. Non sono fatto per insegnare”
“E che t’interessa, intanto hai un lavoro”.
Il sognatore si allontana… senza aver trovato una risposta degna di attacco. Continua a osservare la calca di gente che si azzuffa, in attesa della pubblicazione del bando ufficiale.
Il TFA. Il sogno di gloria di molti. L’insegnamento. Nel gruppo dei sognatori, a passi lenti e sicuri, si discute sul modo di agire dei ProTFA. Ci si chiede quale sia la loro prospettiva lavorativa. Ci si domanda se è vera la loro passione, oppure se la loro è una scelta mossa dall’occasione. L’occasione fa l’uomo ladro, dicono. “Ci stanno rubando i sogni, quelli”.
“Stanno rovinando l’istruzione pubblica”.
“Cosa pensano di insegnare? Come troncare le gambe agli ambiziosi?”
“Sì, infatti… Facciamo qualcosa!”
“Un attimo” risponde uno di loro “…non è facile mettersi contro di loro. Non dobbiamo fare nulla. Dobbiamo lasciarli credere che la strada che stanno intraprendendo è quella giusta. Dobbiamo lasciarli credere… Non hanno ancora sviluppato la percezione del cambiamento. Lasciamoli fare. Nel frattempo, noi, continuiamo la nostra missione. Ce la faremo!”.

Continua…

La prima perdita

Perché l’assenza crea una mancanza?

Una domenica come tante. Spalanco la finestra della mia stanza. Il giro di respiri, che impiegherò in questa giornata, riprende coscienza dal sonno. Devo ringraziare anche oggi Dio per avermi regalato questo giorno in più? Devo ringraziarlo per avermi dato la forza di spalancare la finestra, di aggiustare il letto, di lavarmi la faccia, di preparare il caffé, di svegliarmi, di avermi affiancato di affetti? Devo ringraziare lui oppure me? Oppure devo solo vivere? È davvero necessario che io m’interroghi su tutto questo? Che mi costruisca barriere di paura nel rischio che tutto potesse di colpo finire, oggi stesso, subito, all’istante?
Consideriamo fragile l’essere umano per la sua facoltà di morire. L’abilità a soffocarsi con un pezzo di pane, di ustionarsi una mano col fuoco, di cadere a terra e farsi male, di sbattere con la testa e finire di esistere… è davvero una debolezza? Come se l’uomo non entrasse in armonia con il mondo circostante, come se l’essere umano non fosse altro che parte del paesaggio terreno, che anche con gli agenti atmosferici potrebbe cessare la sua esistenza. È davvero questa, l’esistenza?
Il medico del reparto mi dice che è normale, che non è niente, che ci vorrà del tempo ma passerà. Il medico è un uomo che ha usato il cervello. Il medico non è Dio, ma ne fa le veci. E allora, Dio? Cosa fa, Dio?
Il caffé è troppo forte, ha un retrogusto amarognolo. La sensazione di amaro si trasforma in una smorfia sofferente. Sono le percezioni che si trasformano in gesti. Poggio la tazzina nel lavandino, mi volto e sbatto col ginocchio sull’anta del mobile della cucina lasciato aperto. Un’altra smorfia. Credo di essermi procurata un livido. Presto più attenzione dirigendomi verso il bagno. È già tardi. L’orologio segna le 9.00, in realtà sono le 8.00. Non ho ancora messo indietro l’orologio della cucina. L’appuntamento è alle 9.00. In relazione agli oggetti, per quell’oroglio, sarei già in ritardo. In relazione alle persone, il medico mi aspetta per le 9.00. Le persone si muovono in relazione degli oggetti che le circondano.
Mentre mi avvio verso il bagno, la seconda camera da letto di questa casa, è socchiusa. Mi sporgo per chiuderla, buttandoci un occhio. Vado in bagno, con un solo occhio, fino a quando l’occhio non mi cade nella scarpiera semiaperta. Butto anche l’altro occhio e mi precipito in bagno ad occhi chiusi. Inciampo, scivolo, cado a terra. Credo di essermi fatta male a un braccio. Dal medico, ci vado in anticipo. Niente doccia: cerco aiuto, non lo trovo e citofono alla vicina di casa. Si preoccupa, e si precipita ad aiutarmi. Si fa male anche lei: siamo in due ad aver bisogno di un medico, adesso.
In queste condizioni non posso fare molte cose. Non posso più compiere delle azioni. Limitata nei movimenti, non potrò più giocare a tennis, o portare le buste della spesa con la mano destra. Non posso dormire sul fianco dentro per non schiacciare il braccio, ma posso ancora pensare e ragionare. Posso camminare.
Un altro giorno. Un’altra giornata. Un altro giro di respiri. Sono ancora in questa vita. Mi accomodo sul divano, prendo in mano un cruciverba. Per fortuna sono mancina, e con la mano sinistra posso trascrivere le soluzioni dei rebus.
Devo ringraziare Dio. È andata bene. Sarei potuta morire, e invece ho solo un braccio rotto. Oggi potrei morire. Ci penso sempre. Ogni giorno. Mi alzo col pensiero di poter morire. Mi preoccupo. Mi curo. Mi incoraggio che andrà tutto bene. La mia paura, forse, nasce da altre perdite. Dalla visione di altre perdite. Dalla visione rappresentativa di altre perdite. Dalla mancanza di altre persone.

Continua…

Il mondo del futuro: lavoro in quanto realizzazione di sé.

Da ormai molto tempo ho chiara in testa la mia visione di un mondo utopico ma attualizzabile.
Un solo governo mondiale pagherebbe a tutti la stessa somma per la prestazione offerta di lavoro in quanto servizio per se stessi, piuttosto che per lo Stato mondiale, per cui medici e spazzini opererebbero nell’ottica di pari responsabilità e pari trattamenti economici. L’uomo guarirebbe da molti mali.
Nell’ottica di un mondo così regolamentato, ognuno avrebbe più tempo per sé, e meno da dedicare alle opinioni pubbliche e private. I banchieri percepirebbero lo stesso stipendio di un calzolaio, sicché il lavoro verrebbe inteso come crescita personale più che economica o sociale. Per fare un esempio: il lavoro di un dottore resterebbe sì un lavoro a servizio del prossimo ma senza un fine economico o elogiativo, in quando lo stipendio resterebbe invariato e lo scopo puro di medico verrebbe mantenuto.
L’incremento delle arti liberali favorirebbe, poi, un benessere psichico imparagonabile. Privi di pregiudizi, si crescerebbe nella scoperta totale del mondo e dell’uomo stesso.
Questa è solo parte del mio privato progetto di mondo futuro.

Sei bozze di due anni fa

Ho ritrovato sei articoli, tra le bozze di questa valigia, risalenti a circa due anni fa. Credo sia giunto il momento di condividerle. Magari, chissà, ne verrà fuori un discorso serio:

Bozza 1
Eccole, sono lì, dove le hai sempre lasciate. Non si muovono, le tue ambizioni, aspettano solo di essere scartate come un cioccolatino all’arancia. Sono lì pronte per l’uso: non aspettano altro.
Ferrea e dura con te stessa, preferisci aspettare, ancora un po’. Il famoso momento delle verità, come al gioco della bottiglia in cui però non capita mai il tuo turno. Destino, dici. Te la prendi con lui, ogni tanto. Non ami prenderti carico di tali colpe, di cui effettivamente non ne conosci la causa, perché troppo astratte da poter essere imputate e razionalizzate, come da copione.

Bozza 2
Ogni cosa è al suo posto, da una vita. E, sebbene gli anni passino, le persone conosciute nel tuo percorso forse non le vedrai mai più o forse le riconoscerai a stento tra le rughe del presente e quelle del passato. Nel mondo ci stiamo tutti ma in momenti diversi. Ci sono questi momenti, cristallini e lucenti, che cercano di farsi più veritieri possibile perché tu li veda, ma il tuo occhio è troppo profondo per fermarsi al visibile e guardi oltre i tuoi orizzonti, perché infondo provi un certo piacere a sognare, a desiderare qualcosa. Una sorta di sesto senso invade la retina. Non è il momento giusto anche se l’obiettivo è troppo vicino da poter essere acchiappato con una mano sola. Ciò che desideri non è proprio quello che vedi, hai bisogno di qualcosa di più, quel di più che non appartiene al mondo esterno ma al tuo interno essere. Quel di più che ti spinge come un bimbo nel ventre, ti accompagna con forza e coraggio al punto di non-arrivo, ti affatica al punto di provare una flebile gratificazione. Il sacrificio è una sorta di appagamento mentale. Quando è troppo poco il tuo tempo o troppo tardi quello dei sogni; quando non puoi mollare la presa da qualcosa che anticipa la tua prossima azione; quando l’Italia non ti da certezze né tanto meno tu te le vai a cercare; quando una vita non basta e ne cerchi mille; quando tutto diventa una scusa. Ed eccolo qui, quel momento, ha bussato ancora alla mia porta ma non ho aperto. Ancora una volta sto ragionando sui sogni. Arriverà di nuovo, il momento in cui quel momento si stancherà persino di farsi momento. Lo rimpiangerò per capriccio. Per gioco. Gioco a mosca cieca coi sogni. Non ho ancora trovato un buon nascondiglio. Forse, lo troverò. Devo solo nascondermi bene, devo impegnarmi a costruire il mio rifugio, e poi, di soppiatto, acchiapparlo, una volta per tutte.

Bozza 3
Datemi una bussola o un qualcosa di simile che indichi quantomeno la strada di ritorno in carreggiata dei miei pensieri. Devo crederci, lo so. Beati i non pensanti, coloro cui la vita non ha dato alternative. Io sì, troppe. Troppe e non le sfrutto.

Bozza 4
Tu. Sei tu che, senza accorgertene, esisti. Chissà com’è il non esistere. Chissà se tutti questi pensieri, questi infiniti grazie, ce li portiamo dietro, per mostrarli al ceck-in, prima della partenza. Chissà se è vera la nostra storia – la mia storia! – e se avrò mai l’occasione di raccontarmela. Ogni tanto, la sera, ci penso: corredo brevi istantanee, quelle giuste che meglio riescono a donare una logica alla vita. Ho un brivido alle gambe, adesso, mi sembrano troppi gli anni trascorsi su questa terra. Mi sembra di conoscerli, mentre sbiadisce il ricordo di me che sembro non appartenermi. In prestito a questa vita, inseguo una destinazione. Tantissime vie per una sola. Delle volte, corro, mi affatico, butto le gambe in avanti, i pensieri all’indietro e corro. Ci hanno accorciato la vita, tutti questi traguardi, queste emozioni che c’inseguono sempre.

Bozza 5
In questi giorni sto ascoltando molto. Sì, ascolto. Non la musica ma i rumori attorno, la cronaca in televisione e i dibattiti in piazza. Ascolto le persone. Sento che a qualcosa serve. Sento che ne hanno bisogno.
La biblioteca è affollata. Non ci sono posti a sufficienza per sedersi a studiare. Le poltrone dedicate alla consultazione di giornali e riviste sono occupate. Qualcuno ha gli occhi fissi sui libri, qualcun altro persi nel vuoto. Altri ancora dormono.
Per fortuna il tempo, oggi, sembra regolarmente soleggiato. Non si sentono più tuoni improvvisi, le nuvole bianche hanno scoperto il cielo. La piazza centrale si prepara all’evento mentre io mi preparo al silenzio. Mi alleno per il “salto dell’argomento”: un training sano che consiste nel mordersi la lingua e attutire la voglia improvvisa di raccontare che si ha quando l’adrenalina pulsa forte nel sangue. Salto il mio argomento per ascoltare l’argomento dell’altro.

Bozza 6
“Siamo al traguardo. Tranquilla, andrà tutto bene”.
Che cos’è, quella paura che ogni tanto ci viene a bussare? Ha le sembianze di un soffio di vento notturno che sbatte sul vetro di una finestra di legno, troppo debole da non restituire l’urto fin dentro la stanza. Smuove le tende e tutti i ricordi che in un modo o nell’altro ti hanno formata e condotta al tuo punto di non arrivo, quel punto esatto in cui il dire non è il fare ma un semplice volere che tende a sparire.
Che cos’è, quella sensazione di timore che detrae tempo alle gioie donate. Aumenta di giorno in giorno questo non essere come gli altri, una sorta di distanza che mi separa dagli altri e dalle loro verità materiali. Come se non bastasse un giorno per assaporarne la lucentezza. Come se i sogni, quei benedetti sogni a cui siamo abituati a credere, i cui rami si allargano fin dentro le lenzuola del letto, non siano altro che aiuti, sostentamenti per i meno forti, impedendo loro di diventare troppo profondamente veri o troppo superficiali alla materialità del tempo: la vita non è sogno. E ogni persona che ti passa davanti è un’anima in cerca di aiuto che vuole liberarsi da qualcosa. Il disordine fisico sociale diviene lentamente un punto di non ritorno, mentre la sua maniera di vivere non è realmente vita ma sensazione e commozione per qualsiasi cosa richiami la lucentezza dell’anima. Come se quello che sto scrivendo, adesso, stia già diventando ricordo perché fino ad allora avrò cambiato prospettive di vita ed anche opinioni.