Centri qualcosa con il lavoro che fai?

È arrivato il momento di scrivere, di trasformare in racconti le storie che ascoltiamo, quella sorta di esperienze che, seppur non nostre, sappiamo personalizzare con sentimenti speciali. Scriverle, come una sorta di testimonianza, le può rendere più belle: possono emergere nuove emozioni, oppure no. Non è dato a sapersi.

Stavo oltrepassando la piazza di una città del nord Italia, calpestando i ciottoli sistemati meticolosamente lungo una strada ampia, ricca di negozi e fast food. Alla mia destra, all’ingresso di un importante negozio di libri, uno straniero con in mano un cappello e un cartoncino dipinto con un pennarello consumato, non stava introducendo un esibizione di cabaret, né tanto meno un balletto da artista di strada. Potremmo chiamarli artisti coloro che chiedono l’elemosina, per il loro non vergognarsi, e il continuare a credere di ottenere un centesimo in più ogni giorno.
Mi guardo attorno per un po’, scruto i passi di chi, come me, cammina di fretta, a passo svelto. Forse per capire meglio le loro ragioni. Scappano.
In realtà, qualcuno di loro resta, e si abbandona in un’appagante passeggiata. Vanno cercando qualcosa sotto le proprie scarpe, perché camminano chini, pensierosi e incostanti. I loro movimenti, asincronici e nevrotici, in realtà, hanno un messaggio. Ciascun passante che incrocia il mio sguardo ha un messaggio, forse di aiuto. Lo scenario è identico a quello di uno spettacolo teatrale, manca il soppalco, gli attori sono reali e potrebbero guadagnarsi da vivere per una passeggiata all’aperto; anche lo straniero che cerca qualche soldo in più potrebbe riempire una scena. Ma si accontenta della sua vita, eccetto qualche lamento, ma poi basta, continua a svolgere il suo compito quotidiano, come fosse un mestiere. Forse da bambino, sognava di fare il dentista, il ragioniere, o anche il barista, oppure sognava di fare il cantante o il batterista, sogni che crescendo ha dovuto mettere da parte per forza di cose, perché cosciente che le condizioni sociali non gliel’avrebbero permesso, eppure c’è stato un momento nella sua vita in cui ha sognato e sicuramente non il ‘lavoro’ che fa. Perché a volte, sulla gente che incontri ti poni qualche domanda, e ti chiedi se centra qualcosa con il lavoro che fa. O se veramente ha il diritto di sentirselo suo, quel lavoro? Ha sbagliato qualcosa nella sua vita, oppure, è stato giusto così? E se si trattasse di abitudine? Ci si interroga pesantemente sulla propria vita e su quella degli altri, definendola, a volte, ‘assurda’, ‘incapace’, ‘tramortita’, ‘dispersa’, ma pur sempre vita, quella che non ti tradisce, che bene o male che vada è lì, ti aspetta. Quella vita sola, che ci chiediamo tanto se potrebbe mai bastarci. Quella vita durante la quale possiamo fare tante di quelle cose che, alla fine dire ‘una’ è riduttivo. Quella vita, è la tua vita, e ha bisogno che anche tu lo sia per lei. Allora mi chiedo, e ti chiedo: “quanto ti senti padrone della tua vita e delle tue scelte?”

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