Pensieri di un viaggio che vola basso

La città dorme ancora, tra l’intermittenza dei semafori d’arancio e il cinguettìo degli aeroplani di carne che stiracchiano le proprie ali dietro gli alberi sempre verdi del cortile di una chiesa, la chiesta di San. Francesco. I tetti delle case hanno camini ancora spenti, che da qui non li avevo mai visti. Non mi sono mai soffermata a guardare da qui. I lampioni riflettono il colore del cielo, e il cielo, gentilmente, ricambia. Una fila di macchine dona i fianchi a un marciapiede di ciottoli, a ridosso dell’alba.

Controlli se hai lacrime a sufficienza per riempire quel mare di vuoti che hai dimenticato al sole. Ma oggi non piove, il cielo promette una giornata di sole, mentre lo schiarire dell’aurora ti rende incostante. Ti agiti mentre il tram ti culla nella tua destinazione, mentre ti permetti un sorriso, di quelli che è da un po’ che non hai, di quelli che conservi e mostri all’occorrenza. Se escludi le foto, sorridere senza volerlo è un lusso che non ti sei mai permessa. Stavolta, non ci sono photo reporter, né tanto meno filmmakers, anche se lo scenario è di quelli che vanno in onda alla sera, in quegli orari in cui la lancetta più lunga divide il quadrante dell’orologio analogico della cucina. I tuoi occhi sono dei riflettori che inquadrano scene di tutti i gusti: amore, solitudine, sofferenza, vagabondaggio, vandalismo – anche i mali peggiori – trasformando gli altri in attori, tu in regista, e la città in un set, il set di tante vite, di viaggi e di partenze.

Via via che si avvicina il tempo, l’ora esatta del tuo arrivo, il cielo comincia a struccarsi. Hai le mani occupate di valigie e la vita organizzata al minuto, quando cresci nelle tue responsabilità, e acquisti forza mentre perdi sonno. Se la forza fosse la somma delle notti insonne, vanteresti il tuo coraggio al pilota di questo volo. E invece, bisogna stare in silenzio a guardarsi nei sacrifici che un giorno o l’altro riusciremo a riscattare. Zitti, senza un lamento, come fossimo formiche. Come il cane che quel ragazzo in giacca gialla tiene dentro la sua borsa.

Non siamo abituati alle sorprese e alle novità. Siamo tradizionalisti e attitudinari. Ci sembra strano tutto ciò che è diverso, perché intendiamo la vita come un bicchiere d’acqua in cui l’olio strafora, non è solubile, trabocca. Sono discorsi che ho potuto comprendere dalle esperienze degli altri, dai racconti e dalle canzoni. Sono storie da ascoltare prima che condividere. Sono le storie di ogni singolo viaggiatore di questo volo.

Lacrime che qualcuno vorrebbe buttare ma che, per discrezione, preferisce assorbire, come piante profumate, come alberi di ciliegio che crescono stando fermi. Forse non è vero che viaggiare ci rende liberi e responsabili, perché infondo è da fermi che si può ammirare il panorama circostante.

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