Tu chiunque tu sia

Foglie inumidite da una nebbia notturna che aspetta la pioggia ma che mai arriva, al mattino, solamente il sole di una chiarezza celeste allestisce il riquadro della finestra della cucina, di una moka di caffé per uno, di due cucchiai di zucchero e di un paio di toast con burro e marmellata. Raggi di sole sparsi, lungo le scale e il corridoio che conducono alle camere, lungo l’ascensore che mi sono decisa a prendere, le paure non esistono. Tutto quello che riusciamo a gestire non può chiamarsi paura, il cuore e la mente insieme possono grandi cose. Non vedo mai il giardiniere potare le aiuole, così comunque perfette. Spazza con cura il fogliame vecchio dell’autunno, come se stesse aspettando qualcuno, come se stesse aspettando l’inverno mentre l’inverno è già entrato senza suonare il campanello. Una processione quotidiana. Le vie e gli angoli di mondo in cui si rifugiano le vite, sopra i ciottoli e il bagnato, il bagnato senza il piovuto, il piovuto che sembra acqua e l’acqua che sembra sale. La città si presenta, come tutte le cose, come i bar e le boutique pluriennali, come quella pelliccia di visone nella vetrina di un negozio che dice ‘dal 1975’, mai cambiata, sempre uguale, stesso manichino… dal 1975, la pelliccia o il negozio? Forse tu, dal 1975, quand’ancora non eri nata, forse già allora sapevi che sarebbe stato tutto così. Scene già viste. Le grandi scale di un palazzo dell’XI secolo sono le stesse che abbiamo sempre percorso, scale tanto maestose da non mostrare l’arrivo. Facce, tantissimi volti. Suoni, urla, canti, trionfi, comizi, canzoni, chitarre e violini. C’è proprio tutto, manco io.
Mobili ingialliti, libri con la copertina nuova e le pagine storiche, scaffali in piedi, mai spostati, vite. Vite che vanno, vite che vengono, tanto che forse non si sono mai mosse da lì. E poi, io, gli arrivi, le partenze, i traguardi, i successi e le riflessioni. Io e le domande. Io e la vecchia generazione che schiaccia la nuova. Ci sono anche gli storici, quegli intellettuali profanati che delle gambe, forse, hanno solo le ossa, sotto un vestito marrone e una camicia ingiallita, ah no, è gialla, inespressivi, o inespressi?, calzanti come le musiche di Bach, hanno i calzanti sotto il vestito, gioiscono ma non lo danno a vedere, ridono, quando vincono, sbadigliano, quando ascoltano, starnutiscono tranne che con la polvere, osservano a occhi spenti, ma sono storici e quindi hanno un certo valore.
E poi tu, tu uomo, tu donna, tu bambino, tu chiunque, tu che cammini e ti guardi intorno come me, tu che hai occhi furbi, tu che invece li hai stanchi. Tu che, se ci mettessimo qui, adesso, a parlare, non mi capiresti mai. Tu che se ti chiedessi chi sei non me lo sapresti dire. Infondo, neanche io te lo so dire, così, senza prima riflettere.
E si ritorna sempre a ridere, è sempre lì che si ritorna, è lì che tutto passa, è lì dentro, dentro quella piccola e grande smorfia che nasconde i pensieri più tristi. Quindi non rido.

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