Il cerchio dei sogni

Ritorna tutto, prima ancora di andare, ritorna, ritorna il caffè senza effetto, quello che vendono ogni giorno sullo scaffale delle tisane, di fianco ai surgelati, di fronte alle merendine che rifiuti ormai da anni, e fors’ancora inaffettivo, quel caffè che sottrae un secondo ai ricordi, e uno alle condivisioni. Quel caffè che ha dimenticato il suo sapore, ristretto, con il vento che soffia sulla crema marrone, sui tavolinetti arrotondati dei bar, mentre cammini di corsa, ti affretti con calma e scruti le storie degli altri, per bene. Il cartone ammaccato, sopra i pantaloni spenti e sotto gli occhi accessi dalla speranza di chi aspetta ogni giorno, di chi crede ancora nella parola aiuto e lo sottolinea in MAIUSCOLO, perché ancora lo spera. Le maschere finte, le facce tinte di bianco e un cuore che lentamente annerisce, scolora, si disabitua alla farsa. I paroloni di chi ancora resistere e crede a un futuro, o meglio, ci prova. Il cerchio. C’è qualcuno nel centro, ora alto sopra uno sgabello che grida; ora basso sul parquette che improvvisa movimenti sopra una musica nuova. Un pubblico che ora guarda, fermo, atterrito, inpavido, con il cuore che pulsa a mille per il peso delle parole, che vuole parlare anche lui, ma non trova il coraggio, ha paura di sbagliare, di non essere capito; ora sono attori che ripetono poco a poco quei passi, sorridono e ridono, si confondono, sbagliano, ma non importa, riprovano, non si prendono troppo sul serio, sbagliano, ma non mollano, sbagliano, e vanno avanti, sbagliano, e ci ridono, sbagliano, e continuano a sbagliare perché da quegli errori inventano divertenti passi che sostituiscono i vecchi, e adesso tocca a te, vai al centro e improvvisi, ridi e sorridi ancora un po’, sei sfinito, il cuore pulsa a mille, le idee fuggono, tutto tace, la musica si spegne, e sei solo tu, su un parquette consumato da tutti quei passi, che ti accasci, il sipario si chiude, e cominci a sproloquiare, su uno sgabello perché gli altri sentano la tua rabbia, che una volta era sogno, che poi era amore che adesso ha una fine. Inventi parole, ridi, sai di non sapere, di non avere avuto mai il tempo, ma qualcuno approva, più di uno, due, tre, forse una decina, no, di più, sono un sacco, cento, mille, un mondo di spettatori che sorridono all’apertura di quel sipario, e tu? Sogni.

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