Cittadini del silenzio

I giorni si susseguono senza freno tra gli obiettivi e le consapevolezze che vanno in contrasto, disilludono. Siamo in un periodo critico, dicono, pieno zeppo di problemi, dicono, irregolare, in bilico, arrogante, dicono, stanco. Un tempo che gli anziani conoscono bene e riescono ad affrontare recandosi alle poste i primi del mese, cercando qualcuno o qualcosa che li aiuti a ragionare, con il senno di poi, con un senno mai avuto forse, se non in guerra. Personcine per bene, lamentano la pasta poco cotta e la spesa insufficiente a fine mese. Personcine educate si ribellano, anche loro, al cicaleccio, al brusio, al frastuono, alle voci inconsulte che sbraitano e mettono in scena commedie, inscenano nelle piazze, piazzano e rimpiazzano qualcosa di vecchio, già visto, fuori moda, ma non meno lontano al nuovo di adesso che altro non sarà se non il vecchio di domani. Questi sono i nuovi ideali, i nostri valori, una mera ribellione di rabbia mescolata a urla, proteste, e – per assurdo – a una statica e sorda rivoluzione. E allora ecco che lentamente siamo stati soppressi e oppressi a uno stile di vita sempre più accondiscendente che ha costituito via via il cittadino del silenzio. Grazie anche alle nuove tecnologie, lì dove l’uomo fa spazio a luoghi privati e individuali, proprio là tutto tace. Soppresse le grida dei bambini che giocano a Campanaro nei quartieri; le biciclette dei bambini sostituite a quelle degli adulti che hanno bisogno di tonificare, di rassodare, di rafforzarsi alla ricerca di una bene che miri alla soddisfazione, se anche fisica, mentale; i dialoghi, quelli veri, al loro posto lo streaming, la diretta, il finto live; le corse, le gare, le sfide tranne quelle dalla televisione, a pagamento. Sopprimiamo tutto, perché siamo stati bravi; questo è il prezzo da pagare per un dolce silenzio che affascina, dietro il quale si consuma la lacerante cronaca nera, gialla perché quella rosa ha già perso colore, sbiadita, sbiancata, slavata e lavata, per sbaglio, insieme ai colorati. Il rosa non è mai stato un colore, è sempre stato indicativo di femminilità, il rosa è un sentimento che nasce e si colora nel tempo. E allora via tutti i colori, torniamo alla televisione in bianco e nero con un solo canale, con una sola chiave di lettura; via anche i sentimenti, quelli sinceri, e via anche le promesse, quelle vocazionali. Via tutto quanto.

Stiamo seguendo un corso di aggiornamento avanzato telematico, veloce, dinamico, leggero, rapido. Corsi di una settimana che ci insegnino ad amare, a cucinare, a mangiare, a vivere insomma. Perché abbiamo bisogno di imparare anche a quarant’anni: umilmente fedeli al proverbio ‘Non si smette mai di imparare’, perché anche per le scelte più importanti del ‘cosa indosso oggi’, ‘come mi vestirò al mio matrimonio’, ‘cosa mangerò domani’, ‘quali rimedi per seviziarsi’ e tanto altro ancora, abbiamo bisogno di un corso. Anche per gli antichi mestieri, ecco il corso! Forse perché anche i nostri avi si sono stancati di insegnare – ave a chi se l’è già svignata! – forse perché anche le famiglie non hanno tempo da perdere per le spiegazioni? Ci siamo disabituàti; disabituàti all’ascolto. Perché, veramente abbiamo bisogno di questo? Veramente siamo dei disillusi? Veramente il posto di lavoro dei nostri sogni è dissolto con la crisi? Veramente è finita? La verità è che non c’è alcuna crisi se non di valori, non c’è alcuna guerra se non d’intolleranza, non c’è alcun debito se non con noi stessi e con i nostri sogni.

Le parole hanno sempre percorso strade infernali, tortuose e solide, e sono sempre uscite vincenti dai loro atti locutori, fino a diventare illocutori e presto perlocutori. Insomma, le parole hanno sempre avuto un peso, più dell’atto stesso di agire, hanno avuto quello che si meritavano. Hanno sempre significato qualcosa. La sola facoltà di parlare è sempre stata un’arma a doppio taglio per gli assetati di potere. E oggi, sebbene ne siamo consapevoli, non riusciamo a non crederci, impietosirci e smettere di guardare. Dovrebbero strapparci gli occhi e il cuore, concederci solo la facoltà dell’ascolto e dell’intelletto, anche solo un momento, tra la colazione e il lavoro, sul nostro comodo divano, per le nostre testarde ragioni, e smetterla, per una buona volta, di credere a tutto, fuorché ai nostri sogni, senza alcun timore del futuro.

Il futuro è una parola sempre appetibile, come l’aldilà, perché il futuro non l’abbiamo mai vissuto, né mai lo vivremo, perché viviamo perennemente dentro questo presente che è stato ieri e che sarà domani. Il futuro è la spinta esatta che ci diamo, oggi, per arrivare dritti a domani.

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