Non era un segno ma un sogno

La sveglia. Perché tutto comincia sempre da lì, da una sveglia che suona, ti martella in testa e tu ti metti in piedi pronta per il nuovo giorno. Funziona così per tutto: un rumore che irrompe la scena e avviene il cambiamento. Dallo stato rem si passa allo stato remoto, al giorno prima, all’incontro con una coppia di attori che hanno parlato di sé, della loro passione, dei loro destini, del loro coraggio, della loro nuova famiglia, e del loro presente, perché a un certo punto si smette di pensare al futuro, perché le decisioni prese saranno sempre a breve scadenza.

Ad essere sincera, l’idea di essere a breve scadenza mi fa sentire un barattolo di fagiolini a bagnomaria ‘da consumarsi entro il: vedi la scadenza nel retro della confezione’, perché ci deve sempre essere qualcosa dietro. Vorrei poter dare una spiegazione filologica a queste espressioni: ‘L’amore è dietro l’angolo’, ‘Indietro solo per prendere la rincorsa’ oppure ‘Avanti tutta!’ e, magari, sfatarne i miti, perché dietro ogni cosa ci sono sempre i classici, come se gli avessimo dato una pozione magica di lunga-vita.
Ma è meglio che mi sbrighi se non vogliono perdere il treno, sai com’è ‘certi treni non ripassano’, anche se per la mia destinazione ne passano ogni quarto d’ora. È sempre meglio tenersi stretti, ai margini di una teoria che non tiene, giusto per sentirsi apposto con il resto del mondo, con la ragazza che precede la fila per fare il biglietto di un treno che da dieci minuti ha rifiutato di procedere, ebbene sì, anche i treni si stancano, e delle volte non basta solo prenderli per tempo ma sperare addirittura che effettuino la corsa, e allora si dovrebbe cambiare radicalmente il proverbio di quel treno che passa una volta sola, se passa.
Strano, non ho mai avuto di questi imprevisti, i miei treni sono sempre arrivati anche se, ogni tanto, con qualche minuto di ritardo, peggio per loro. Quello di oggi è arrivato in anticipo, ha aspettato un po’ con l’orologio alle mani e, giusto una fermata e mi ha mollata qui, in questa bella città che mi è venuto quasi di chiamare ‘casa’.
Quanti luoghi comuni, quei modi di dire sul concetto di ‘casa’ intendo, ‘la casa è dove hai lasciato il cuore’, la prendo per buona, anche se per ‘cuore’ non s’intende necessariamente la persona amata, il cuore anzitutto è il tuo e delle emozioni che vivi.

È proprio vero quel che si diceva su questa città, ‘è una città a misura d’uomo’, adesso ne ho compreso meglio il senso. A partire dalle scale della stazione, così composte, garbate, né troppo grandi né troppo piccole, sembrano accompagnarti passo passo verso l’uscita, sopra il bus, fino al centro. Anche se questa volta me la sono fatta a piedi, mi aiuta a pensare, a sentirmi forte.
Riordino un paio di scene in testa, le dispongo in fila, tolgo la polvere, e le lucido, sono quei pezzi d’antiquariato che non vanno buttati via, sono quei momenti che ti sono serviti, posso confermare, sono serviti, prima che a fare curriculum, a riempirti la vita, e ogni tanto mancano, anche loro.

Capita di trovarsi a un bivio di pensieri, a domandarsi se si tratta di segni o di sogni. Non è una domanda banale: un segno è un qualcosa che ha un significato che rimanda a un significante, mentre i sogni non si sa mai dove portino. In entrambi i casi si potrebbe osare, dicono, ma il fatto di osare mi è sempre sembrata un’alternativa al forzare.
Il momento più bello di un incontro, penso, è la presentazione. È curioso come in due parole sei in grado di autoproclamarti. ‘nome, da dove vieni, cosa studi e cosa fai’, sulle prime tre si potrebbe risponde tranquilli, senza esitazione; sull’ultima un po’ meno: la trovo poco efficace.
Per prima cosa, ovviamente, ci si riferisce a un ‘cosa fai’ molto relativo, non troppo specifico del tipo ‘cosa fai da quando ti svegli a quando ti rimetti a letto’ anche se non è detto che durante la giornata tu faccia proprio quello che vogliono intendere nelle due parole ‘cosa fai’ ovvero, se pratichi uno sport, se coltivi una passione, se ti piace qualcosa in particolare come ascoltare musica, scrivere e così via (anche qui avrei da aprire una grossa parentesi, ma magari un’altra volta). Però, penso alle passioni che non coltivi più, se anche quelle rientrano nel ‘cosa fai’, se con quel ‘cosa fai’ s’intende descrivere l’essere interiore o anche internato delle persone, il ché potrebbe servire come risposta: ho fatto questo e quest’altro e adesso studio, ma nel frattempo faccio anche questo, e questo. Anche se non amo essere autocelebrativa, e quindi in molti si stupiscono, come se non potesse essere possibile che una persona coltivi così tante passioni messe insieme.
Se inventassi un unico termine che li racchiudesse ben bene, forse la loro faccia sarebbe più tranquilla o anche più confusa. Le università, per esempio, hanno pensato (bene) di riunire tutte le discipline di studio in un’unica categoria che a sua volta racchiude delle sottocategorie che sono i corsi di laurea.

Eppure, nonostante tutti questi sforzi per cercare di racchiudere tutto in poche parole, mi meraviglio di quanto sia complesso e difficile il riassunto. Sono d’accordo che stiamo diventando tutti sintetici – le news televisive, il web, il curriculum, le aziende – ma credo che dietro a questi piccoli riassunti ci sia sempre da lavorare con le parole per renderle ancora più infinite.

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