La grande bellezza: opinioni

Mi ero promessa che qualcosa su La Grande Bellezza l’avrei scritta, perché è un film che mi ha fatto riflettere. Un film molto versatile, con diverse chiavi di lettura, senza una morale fissa e universale in quanto il finale è aperto.
Liberandomi dai luoghi comuni già scritti e riscritti a tal proposito, cercherò di stilare i miei pensieri sul film, per averle a portata di mano per qualsiasi occasione.

   Nelle viscere del film, nei polmoni, nelle pulsazioni venali e non veniali de La grande bellezza ho visto il regista negli occhi, le sue paure e le sue manie. Ho visto anche il protagonista, o forse solo lui, in uno scenario fisso dentro un privo stravolgimento degli eventi che si sfilavano come l’ago tenuto dal filo. Non esistevano altri personaggi, in realtà, o se esistevano erano pronti a sparire da lì a poco. La sua solitudine, e le persone che scomparendo dalla scena erano in realtà sparite dalla sua stessa vita.
Un’agonizzante riflessione sulla vita che si districa dalla società attuale. Il protagonista di nome Gep, vuole allontanarsi dal ricordo di una mondanità esasperata che l’ha segnato, forse, e screditare una società narcotica, che indossa abiti pesanti sul volto e nel cuore, rifiniti dalla bella vita che rispecchia bene la vecchia borghesia, un passato che è presente. Un lungo teorema, un enorme enigma da risolvere, un problema algebrico, una grande indagine vitale, o anche mondiale.

Mille interrogativi che convergono dentro l’esclamativo sulla perdita dei valori. Tante storie che lette individualmente fanno venire i capogiri ma che nel loro complesso riservano cartucce da sparare all’epilogo del film, nella scena finale, dentro una faccia distrutta dal tempo, dentro una spirale di rughe che non significano più vecchiaia, come nelle scene precedenti, ma scelta, seguita dalla bellezza di un panorama, quella bellezza del titolo ma mai veramente vissuta durante le scene, ipotetica, supposta, idealizzata, da cercare.

  Le scelte che perfettamente convergono con il cancro della vecchiaia, sono il collante – come sempre – del concetto del tempo che è volato senza averlo voluto (o potuto) realmente vivere. Vicissitudini senza evoluzione di coloro che hanno scelto o non scelto sentendosi comunque dei derelitti che attendono la salvezza. Il rimpianto delle non-scelte e delle scelte da parte degli altri. Gli altri, sono anche i figli che subiscono le imposizioni dei padri, costrizioni che li fanno esplicitamente urlare e dipingere una parete con secchi di colore, che alla fine si trasformano in un’opera d’arte. Forse perché infondo, i genitori hanno sempre ragione, o forse perché la creatività di un bambino è innata? O forse ancora, perché quel quadro dai colori sanguinanti intende rappresentare la sofferenza dei giovani? Il rosso sangue, il nero del sangue essiccato, e il viola della notte. Il sangue compare spesso, celato; e il nero anche esplicitamente nei cliché di un rito funebre, nel lutto prima di tutto interiore, la morte dei valori, la morte del tempo che non ci ha dato il tempo di scegliere che, insieme, danno spazio a una sola rinascita o memoria, quella dei ricordi.

I ricordi non solo personali ma anche nazionali, di una Roma che mentre fuori organizza ‘festini’, dentro ad un museo custodisce ancora qualche ricordo: l’arte. E’ morta anche lei? Forse sì, forse no. Ciò che è vero è che sembra irrompere sullo schermo tutta la storia dell’arte italiana come a renderle omaggio. L’arte, in questo caso, vuole fare da maestra, vuole insegnare, anche nelle parole del protagonista: non serve il piacere fisico per stare bene ma il piacere degli occhi e dell’anima. Questi sono i valori, oggi, perduti.

Il buon esempio, è sempre più difficile da trovare, o anche solo qualcuno disposto ad ascoltare le tue riflessioni, neppure il vescovo, troppo impegnato nei suoi affari quando serve. L’ascolto, un valore anche quello smarrito nel deserto. L’ascolto che è sinonimo di silenzio, il silenzio di chi ha scelto la povertà, di chi ha capito che pur stando fermi dove siamo, riusciamo ad assaporarla appieno la vita. Questo è l’esempio e l’unica via di salvezza, quella di Dio. L’umiltà, l’ascolto, il silenzio, forse è questo l’insegnamento di cui tutti abbiamo bisogno per rivalorizzare la nostra vita. I punti di riferimento, oggi, sono veramente pochi, e si rischia di perdersi, molti – come i personaggi secondari – sono già in pericolo, ma tutti abbiamo sempre il potere di salvarci, e solamente rivolgendosi alla Grazia di Dio, è possibile ritrovare quella strada che oggi non ritroviamo tra le vie di una grande metropoli, mediante noi stessi in chi ci sta veramente accanto e con il cuore ci ama.

 In questo quadro (artistico) allora La grande bellezza non è un film in quanto esce dagli schemi della classica trama che il pubblico si aspetta, ma (direi) un ‘film-documentario’. Un film che si è fatto specchio di una società che fa paura, un film che ha – sotto qualsiasi opinione critica – meritato l’Oscar.

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