Trucchi del mestiere di scrivere

È da giorni che fatìco a scrivere. Apro un nuovo articolo, lo salvo in bozze e chiudo. Il giorno dopo, lo stesso, nuovo articolo, salva, chiudi e così via per una settimana, senza saltare un giorno. Se la scrittura fosse diagnosticata come una malattia, sarei già in ricovero. Per fortuna, la scrittura ha anche questi aspetti patologici, che riducono il paziente a brandelli per poi ricomporlo una volta ripreso il ritmo. Quel magnifico ritmo della scrittura. La scrittura – credo – è un vortice di pensieri: o sei dentro o sei fuori. Non puoi mai essere tra il dentro e il fuori. Accade questo con la scrittura: quando cominci a scrivere ti senti immersa e mossa da una corrente di parole. Devi stargli dietro, correre con le dita e con la mente, e se perdi la corrente sei già fuori. Non puoi pretendere di scrivere come i giornalisti che pianificano il lavoro con informazioni a disposizione. Lo scrittore ha soltanto i suoi pensieri, a disposizione. Se vuoi scrivere pensieri (romanzi, racconti, storie, emozioni) non puoi davvero permetterti il lusso di fermarti, anche solo per respirare  – la scrittura è già respiro di per sé. Se ti fermi è finita. Hai finito di scrivere. Le correzioni? Falle dopo! La scrittura è una sorta di massaggio che concedi ai tuoi polpastrelli e ai tuoi pensieri, non puoi sbagliare e correggere. Ricorda che anche i pensieri hanno bisogno di riposare. Non possono rincorrersi dentro la sfera cranica – ogni tanto – hanno bisogno di liberarsi, di uscire.
Ecco perché la scrittura non è un’arte di cui sono capaci tutti. Occorre riconoscere gli scrittori dai millantatori di storie. Per scrivere, occorre conoscersi bene, imparare a convivere con i proprio pensieri, parlarci. Correre il rischio di parlare, anche da soli. Le prime volte, è normale, quando i pensieri sembrano sfuggirti di mente, devi ripeterli a voce alta oppure devi munirti di un buon taccuino spazioso e scrivere, ovunque ti trovi. Un ottimo scrittore è anche un correttore di bozze, un revisore, un help writer.

Poi arriva il momento in cui ti sembra di aver svuotato tutti i pensieri dalla mente. Fermi, si rilassano. Insieme al punto, allo spazio, all’a capo. Come adesso. Arriva il momento morto. In cui sembri aver finito tutte le micce. Rischi di entrare nel panico. Questa fase è peggiore della “pagina bianca”. Sei, esattamente, tra il detto e il non detto. O racconti tutto o rischi di dire una bugia.
In questa fase cominci a respirare. È il momento più critico. Puoi subire continue distrazioni: anche l’acaro di polvere sullo schermo del tuo pc può essere un buon modo per voltare pagina. Fermati. Non rileggere mai. Non adesso. Respira e vai a capo, anche più volte.

I paragrafi sono altri discorsi, altre storie, altri racconti che possono essere strettamente o largamente correlati a quello precedente solo per lo stile. È qui che ti concentri su tutto quello che ti circonda, su te stessa. È qui che hanno inizio le domande, sulla destinazione dei tuoi scritti. «L’ho scritto bene? Cosa ne farò? Lo renderò pubblico, o lo conservo privatamente per darci una lettura ogni tanto o per continuare a scrivere il mio romanzo?».

I romanzi, ecco, non sono altro che una serie di storie, di parole che si compongono e si costruiscono da sole. Ecco perché molti scrittori sono sul baratro dell’esasperazione: cocedono i loro pensieri a una pagina bianca, come una sorta di terapia. E arrivare a quel punto, non è facile. Bisogna vivere tanto.

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