Ci risiamo per non esserci mai ristati

Ecco, ci… Eccoci. Ci… ecco. Ci risiamo! In che senso? Ci risiamo come “siamo di nuovo qui” o ci risiamo come “torni sempre sullo stesso punto”? Non credo faccia molta differenza se in ambedue i casi c’è un ritorno. Quello che conta è il ri-esserci. Siamo tornati. Io, e altre quattro persone con cui esco, di solito. Una sono io, l’altra si chiama come me, la terza mi somiglia nel pensiero, con la quarta siamo simili nel parlare, e con la quinta abbiamo opinioni concordanti. Io e queste quattro persone, quando usciamo insieme, sembriamo una sola. Tale la somiglianza che, quando c’incontrano per strada, non ci riconoscono, ci scambiano sempre per una sola. Come si possono confondere cinque persone per una? Sembrano quelle convenienze al supermercato: prendi una e paghi cinque. O forse, prendi cinque e paghi una. In ogni caso, quando arrivi alla cassa, paghi sempre di più di quanto ti aspettavi di pagare. Beh sì, perché generalmente quando vai al supermercato non compri un solo prodotto, per via degli odori. Ne prendi così tanti – e sono più quelli di riflesso che quelli pensati, e riflettono così tanto da moltiplicarsi – che quella promozione dei prendi e paghi di meno non vale più. Il risparmio c’è, dicono. Non lo vedi, ma c’è. Non puoi vedere le sottrazioni. Non è mai stato possibile vedere ciò che ci viene sottratto. Quello che ci viene tolto, non si vede più. Ecco perché non vedi la convenienza. Eppure conviene. Credimi. Sottrarsi alla vita, dico, conviene.
Quando esco con le altre quattro persone, sono sicura di averci guadagnato qualcosa. Non so dirti cosa, nello specifico. Non so essere specifica. Il contrario di qualcosa di specifico è… impreciso, forse. Ad ogni modo, non è mai una convenienza prendere cinque e pagarne uno, se siamo in cinque.

Più avanti c’è un centro commerciale. Prima, c’era un campo di calcio. È curioso come il centro del campetto di calcio sia rimasto, anche solo nella parola. Qualcosa resta, l’ho già detto. A quello che sottrai, sommi sempre qualcos’altro. Altrimenti, non ci sarebbe convenienza, per quell’altro. È curioso come ci sia sempre qualcun altro all’infuori di noi. È strana l’idea che esista un infuori. Allora siamo dentro. Se fuori da noi c’è sempre qualcosa, vuol dire che noi siamo dentro qualcosa e che è qualcosa che ci appartiene e che noi siamo solo degli appartenuti. Si può essere di qualcuno, se qualcuno sta fuori da noi? O forse siamo noi che stiamo dentro qualcuno, appunto, e questo qualcuno là fuori ci rende suoi appartenenti? E se, in realtà, non è vero che c’è qualcuno fuori da noi e siamo soli? Soli in questa paura dell’altro e dell’alto, dell’arso e dell’orso, dell’estro e dell’astro, dell’irto e dell’urto, dell’arto e dell’orto, dell’arpa e dell’arca, delle parole che si costruiscono come le persone, dal nulla per arrivare all’essenza fino alla loro stessa assenza.

Eccoci, ci risiamo per non esserci mai ristati.

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