La prima perdita

Perché l’assenza crea una mancanza?

Una domenica come tante. Spalanco la finestra della mia stanza. Il giro di respiri, che impiegherò in questa giornata, riprende coscienza dal sonno. Devo ringraziare anche oggi Dio per avermi regalato questo giorno in più? Devo ringraziarlo per avermi dato la forza di spalancare la finestra, di aggiustare il letto, di lavarmi la faccia, di preparare il caffé, di svegliarmi, di avermi affiancato di affetti? Devo ringraziare lui oppure me? Oppure devo solo vivere? È davvero necessario che io m’interroghi su tutto questo? Che mi costruisca barriere di paura nel rischio che tutto potesse di colpo finire, oggi stesso, subito, all’istante?
Consideriamo fragile l’essere umano per la sua facoltà di morire. L’abilità a soffocarsi con un pezzo di pane, di ustionarsi una mano col fuoco, di cadere a terra e farsi male, di sbattere con la testa e finire di esistere… è davvero una debolezza? Come se l’uomo non entrasse in armonia con il mondo circostante, come se l’essere umano non fosse altro che parte del paesaggio terreno, che anche con gli agenti atmosferici potrebbe cessare la sua esistenza. È davvero questa, l’esistenza?
Il medico del reparto mi dice che è normale, che non è niente, che ci vorrà del tempo ma passerà. Il medico è un uomo che ha usato il cervello. Il medico non è Dio, ma ne fa le veci. E allora, Dio? Cosa fa, Dio?
Il caffé è troppo forte, ha un retrogusto amarognolo. La sensazione di amaro si trasforma in una smorfia sofferente. Sono le percezioni che si trasformano in gesti. Poggio la tazzina nel lavandino, mi volto e sbatto col ginocchio sull’anta del mobile della cucina lasciato aperto. Un’altra smorfia. Credo di essermi procurata un livido. Presto più attenzione dirigendomi verso il bagno. È già tardi. L’orologio segna le 9.00, in realtà sono le 8.00. Non ho ancora messo indietro l’orologio della cucina. L’appuntamento è alle 9.00. In relazione agli oggetti, per quell’oroglio, sarei già in ritardo. In relazione alle persone, il medico mi aspetta per le 9.00. Le persone si muovono in relazione degli oggetti che le circondano.
Mentre mi avvio verso il bagno, la seconda camera da letto di questa casa, è socchiusa. Mi sporgo per chiuderla, buttandoci un occhio. Vado in bagno, con un solo occhio, fino a quando l’occhio non mi cade nella scarpiera semiaperta. Butto anche l’altro occhio e mi precipito in bagno ad occhi chiusi. Inciampo, scivolo, cado a terra. Credo di essermi fatta male a un braccio. Dal medico, ci vado in anticipo. Niente doccia: cerco aiuto, non lo trovo e citofono alla vicina di casa. Si preoccupa, e si precipita ad aiutarmi. Si fa male anche lei: siamo in due ad aver bisogno di un medico, adesso.
In queste condizioni non posso fare molte cose. Non posso più compiere delle azioni. Limitata nei movimenti, non potrò più giocare a tennis, o portare le buste della spesa con la mano destra. Non posso dormire sul fianco dentro per non schiacciare il braccio, ma posso ancora pensare e ragionare. Posso camminare.
Un altro giorno. Un’altra giornata. Un altro giro di respiri. Sono ancora in questa vita. Mi accomodo sul divano, prendo in mano un cruciverba. Per fortuna sono mancina, e con la mano sinistra posso trascrivere le soluzioni dei rebus.
Devo ringraziare Dio. È andata bene. Sarei potuta morire, e invece ho solo un braccio rotto. Oggi potrei morire. Ci penso sempre. Ogni giorno. Mi alzo col pensiero di poter morire. Mi preoccupo. Mi curo. Mi incoraggio che andrà tutto bene. La mia paura, forse, nasce da altre perdite. Dalla visione di altre perdite. Dalla visione rappresentativa di altre perdite. Dalla mancanza di altre persone.

Continua…

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