Capitolo 2. Tu chiamala, se risponde!

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Il telefono suona. Abbandono qualsiasi tentativo di fuga dalla realtà. Un nuovo messaggio di posta elettronica. Potrebbe essere l’azienda. Controllo, push sul touch screen, et voilà, un e-mail. Quello che dico non ha senso. Quello che dite, non ha senso! L’italiano oggi naviga nei bit della rete, come ho fatto io che per un mese intero ho navigato come un pirata con la bandana sugli occhi nella vana illusione di trovare un lavoro.
Tanto siamo assuefatti dalla globalizzazione e dal monopolio linguistico che persino le stesse aziende nel propinarti un lavoro utilizzano arzigogoli magnifici.

Public Relations! Marketing Manager! Telemarketing! Agente! Business Manager! Assistant Manager! Market Manager! Sales Manager! Insomma, tutte queste parole per descrivere lo stesso ruolo aziendale. Ma quanto vi siete stancati a combinare terminologie inglesi con lo scopo di ricevere un maggior numero di candidature?
Chiamatevi enterprise già che ci siete. Ci siete. Anzi, chi siete? Lo scopro da un sito aziendale le cui informazioni, ridotte al minimo, si concludono nelle due righe di mission.
Tutto molto interessante, ideale, utopico, fantasy. Stavolta non serve strizzare gli occhi per entrare in un mondo inventato perché la descrizione dell’azienda offre un’immagine abbastanza visionaria della realtà a cui, io, non credo. Cerco una risposta. Provo ad entrare in contatto con l’azienda.

Primo tentativo: l’azienda invia un messaggio di posta automatico a tutti i candidati con la data e l’ora del “colloquio conoscitivo”.
Ha un retrogusto aromatico al sapore di lavanda e profumo di Marsiglia il “colloquio conoscitivo”. Capisco che non basta un curriculum. Serve conoscersi, a fondo. I ruoli si sono invertiti: le aziende sono i candidati e i candidati le aziende. Se ci pensate bene, in effetti, la strategia del candidato è quella di presentare bene il proprio prodotto (di studi), mentre quella dell’azienda di fidarsi del candidato offrendogli l’opportunità di incontrarlo. Il tentativo di rispondere ad un messaggio automatico, infatti, fallisce. Candidato 0, Azienda 1!

Secondo tentativo: visiti il sito per l’ennesima volta, alla ricerca di un contatto telefonico. Le vecchie maniere insegnano! In questo modo, l’azienda guadagna un maggior numero di visite e una buona posizione nei motori di ricerca, perché tutti i numeri elencati non sono reperibili. Candidato 0, Azienda 2!

Terzo tentativo: mentre penso che la “comunicazione” per certe aziende, anche importanti, sia un miraggio, abbandono il loro sito e faccio una ricerca più approfondita in rete. Trovo un altro numero. Finalmente ci riesco! La responsabile delle Risorse Umane mi risponde, quasi per sbaglio. Le chiedo conferma del colloquio e cerco di approfondire il tema sulla posizione ricercata. “Mi dispiace (con falsa compassione) ma non possiamo offrirle alcuna risposta in merito”.
Ora. Tu. Azienda. Pubblichi un annuncio. Oscuro. Fissi un colloquio. Non chiami. Ti chiedo informazioni. Mi ignori?
È inutile che sto qui a raccontarvi il seguito perché intanto è giunto il tramonto e forse è meglio rientrare a casa, mangiare qualcosa, e a pancia piena riflettere. Quando si è vuoti non si dovrebbe riflettere per il rischio di cadere nel precipizio di se stessi.

L’indomani ritorno al solito bar. Sono io ad ignorare tutti adesso. Sì, me la prendo col mondo perché forse l’atteggiamento migliore è questo. Mia nonna diceva “Beata ignoranza”. Beh, credo che il mio processo di beatificazione sia ormai in atto. Ignoro tutto. Anche la borsa a terra, rischiando uno scivolone. Ma ignoro tutto. Perfino il vetro del bagno, sbattendoci contro. Ignoro ancora. «Un caffè macchiato, grazie» e ignoro anche quello che, intanto, ha dipinto la mia maglia grigia di chiazze scure. Quando si è vuoti, dentro – dicevo – si rischia sempre di cadere o di farsi precipitare.

Mi precipito al colloquio.
Capisco gli agenti atmosferici, i terremoti, gli uragani, la pioggia, insomma tutte quelle cose che non si possono prevedere, ma quello che non capisco è chi senza in mano un programma progetta. Nessuno dei responsabili dell’azienda informa i quaranta candidati della lunghezza e della prolissità del colloquio. Finiamo dentro un’aula. Abbiamo un applicativo da compilare. Sì questo termine l’hanno tradotto, male, ma l’hanno tradotto. L’applicativo non è un’adesivo. È quello che in altre occasioni viene chiamato “test attitudinale”. Un test distribuito in tre fasi in cui l’azienda si fa liberamente i fatti tuoi, in pubblico. La prima in forma scritta e le altre due in forma orale.
Intanto immaginiamoci che sotto l’intero scenario scorra un trafiletto che informa: sono trascorse quattro ore. Il trafiletto corre veloce perché ha fretta, anche lui come tanti altri candidati. Sento di stare perdendo tempo. È arrivato il momento delle domande. Finalmente. Le ho aspettate da due giorni. Adesso che abbiamo finito questo “esame d’ingresso” simpaticamente chiamato “colloquio conoscitivo”, voglio sapere esattamente cosa si nasconde dietro al mio ipotetico ruolo inglesizzato.

Non esiste una morale. Non sempre un evento è riconducibile al suo scopo. In questo racconto, infatti, non esiste un lieto fine. Non ancora. Dovremmo semplicemente imparare a pretendere di più. Chiedi e ti sarà dato, recita un passo biblico. Non dare nulla per scontato, diceva qualcun’altro. Sono morali dette e ridette, e io non posso che citarle nuovamente, mentre salgo in metro, prendo il bus, sono in treno e corro verso casa, ignara di tutto, ignara di me.

Capitolo 1. Il lavoro di ricerca lavoro

     Anche questo viaggio sta per concludersi. Ritornare nella città in cui hai studiato, da laureata, nasconde delle sensazioni un po’ in contrasto. Passare per le vie che hanno tracciato per anni il tuo abituale tragitto di corsa per il posto in un’aula super-affollata, arrivare in anticipo per l’appello dell’esame o prendere il posto con la presa elettrica per attaccarci il computer in biblioteca, non ha nulla di attraente, anzi ci rideresti pure. Al contempo, guardare le facce scolpite e segnate di universitari che si affannano per andare nella medesima biblioteca o in aula, ti rende solidale. Provi una sorta di compassione. Non dovresti. Loro sono contenti, hanno degli obiettivi ben precisi che recitano più o meno così “dare l’esame di X”, “seguire il corso Y”, “studiare la materia Z”. Hanno degli obiettivi chiari e concisi. Nella peggiore delle ipotesi, questi obiettivi si realizzano. Non danno la pensione a sessant’anni di carriera universitaria. Prima o poi, il giorno del “Tanti auguri Dottore” arriva! Quel titolo arriva, e te lo meriti, sai perché? Perché effettivamente, se ci pensi bene, da dottore, una vita umana l’hai salvata: la tua. Hai concluso il tuo percorso di studi. Hai una carriera universitaria. In Italia! Quante prospettive di fronte a te! Finalmente! Fai il conto – per soddisfazione – e ti accorgi di aver studiato ininterrottamente per ben diciotto anni. Si potrebbe dire che anche i tuoi studi ormai sono maturi.
Il percorso universitario però è qualcosa di più, proporzionalmente, allargato. Hai la possibilità, all’Università, di studiare non solo le materie ortodosse del tuo piano di studi, ma anche le persone che incontrerai a lezione, in biblioteca, al bar, per strada, ma anche sui social network attraverso i gruppi studenteschi. Personaggi caratterizzanti per il tuo percorso di studi. Sono studenti come te ma, paradossalmente, diversi. All’Università impari ad avere una visione molto ampia delle cose. Capisci che se un tuo collega non ha studiato come te – perché lo sai – ma prende un voto maggiore del tuo, non c’è ragione di prendersela. Ed è proprio lì che inizi ad apprezzare il valore della vita. L’Università è un bel percorso, da questo punto di vista. Inizi a credere al destino ma soprattutto al post-laurea. Sai già che andrà avanti chi ha studiato davvero. Ci credi profondamente in questo e diventa la tua nuova filosofia di vita, così che quando ti chiederanno “Ti sei laureata? Brava, e adesso che fai?” tu saprai benissimo cosa rispondere. In cuor tuo sai che le tue ambizioni sono maggiori dello standard medio. Voglio dire: se l’Università è costellata anche da studenti che non studiano, i laureati studiosi saranno davvero pochissimi. Facendo attenzione a non perdere di vista questa logica, inizi a cercare lavoro.
Il lavoro! Quando si è piccoli non si sogna mica quali studi si desidera intraprendere? Da bambini ci si orienta già al lavoro, senza interrogarsi minimamente sul tragitto. Da bambini si è forti. Da bambini si sogna. Da bambini il mondo appare così chiaro. Anche da grandi, una volta ottenuto il penultimo titolo di studi accademici (quello dopo è il dottorato) ci si orienta verso il mondo del lavoro. Un mondo. Un grandissimo mondo. Cerchi. Dove? Su internet. Hai già provato a rivolgerti a un centro per l’impiego, ma anche lì dicono che ormai è tutto online. E cerchi. Sei anche andata di persona presso le aziende in cui t’interesserebbe lavorare, ma anche lì suggeriscono di caricare il curriculum online, dalla pagina “Lavora con noi”. E cerchi. Ti decidi. Hai deciso di trascorrere il mese successivo alla tua proclamazione di laurea a inviare curricula. Sei entusiasta di aggiornarlo con la tua ultima laurea e le tue esperienze lavorative. Inizi a comprendere che il lavoro è un’esperienza e sei divertita di questo. Le strategie di marketing le hai studiate e sai bene che le “esperienze” hanno un valore, e ti affascina quest’aspetto del lavoro che non avevi ancora inserito nel tuo sguardo utopico del mondo. Aggiungi le tue esperienze. Certo, esperienze di un mese, due, tre, occasionali. Ma le metti! Nel frattempo hai anche una certificazione linguistica, dei corsi che hai seguito, dei traguardi che hai raggiunto. Non trascuri niente. Compili e salvi sul tuo computer.
Digiti “offerte di lavoro” e finisci dentro siti di ricerca in cui le aziende hanno caricato le loro proposte. Ti iscrivi. Adesso hai cinquemila e-mail con username e password. Il tuo lavoro di ricerca del lavoro sta diventando qualcosa di paradossale. In alcuni siti, addirittura, non basta solo caricare il curriculum ma bisogna riscrivere tutto da capo: formazione, lavoro, conoscenze, ti stanchi e abbandoni. Provi con un’altra ricerca, tiri dalla rete l’elenco di alcune aziende del tuo settore, ne visiti i siti, cerchi la sezione “Lavora con noi” e mandi, ma se non la trovi scrivi direttamente un’e-mail all’azienda.
Inizi a ricevere le prime risposte. Sono poche alcune positive altre no. Quelle no, promettono bene. L’incipit è cordiale, amichevole, interessato, la conclusione si traduce nel solito “Le faremo sapere… qualora avessimo interesse nei confronti del suo profilo”. Ho studiato per molti anni, avrei preferito un “Grazie, non siamo interessati”. Poi trovi l’azienda interessata. Sì, la trovi. Passi allo step successivo, quello dei colloqui, e poi delle attese. Le condizioni di lavoro sono tutte identiche.

Vai al bar perché vuoi staccare dal tuo lavoro di ricerca lavoro per qualche ora. Non è facile. Il progresso ha compilato tutto, pensi. La barista inizia a farti domande. I baristi non dovrebbero chiedere nulla. Mi chiede come mai sono da queste parti, nella città dove ho studiato. Lei mi ha visto molte altre volte e non si è mai permessa di chiedermi nulla, adesso, proprio adesso, che la risposta non ce l’ho, rompe l’inibizione e si apre al mondo. Io non sono il mondo. Io non faccio parte di questo mondo – le vorrei rispondere – io vivo in una stanza di fronte a un computer e cerco lavoro. Il mio mondo è mediatico. Non ha niente a che fare con le tue relazioni personali. Le mie sono microcip e gigabyte. Ma le rispondo che cerco lavoro e mi lamento del fatto che non si trova nulla. Si lamenta anche lei, di suo figlio. Lei non è italiana, quindi neppure suo figlio. Ascolto il suo lamento.
Scopro che le domande “come stai?”, “che stai facendo?” o “come va la vita?” non sono interrogative dirette, ma indirette, e l’indiretto interessato è quasi sempre il tuo interlocutore. Ma scopro anche che suo figlio non è laureato e sta facendo un lavoro stagionale per lo stesso stipendio che avrebbero dato a me le azienda che hanno risposto alle mie candidature. Rido. No. Piango. La barista è disperata. Io non posso far altro che darle coraggio che troverà qualcosa di meglio, anche se non riesco a risparmiarmi la polemica che indirizzo, per gentilezza, al nostro Paese, con l’intento di farle capire che la parità dei sessi, i diritti umani, l’uguaglianza, in Italia, sono temi superati alla grande da un po’ di tempo. Siamo un paese che sta a passo con le proteste. Appoggiamo i disagiati, accogliamo tutti. Poi, se i giovani non trovano lavori in linea con il proprio profilo e con un compenso altrettanto allineato, non importa. Quel che conta è l’immagine. Mi vesto. Da ormai troppo tempo sono chiusa in questa stanza a cercare lavoro. È il momento di andarselo a prendere, facendo una lunga passeggiata. Rifletto. Escogito. Progetto. Penso ad una strategia diversa. Sogno. Sì, sto sognando. Strizzo forte gli occhi. Al mio tre, quando li avrò riaperti, il mondo sarà diverso.