Ventiquattro

Ventiquattro

Flavia Altomonte

 

Fiction. Ficscion, con la stesso rullo di lingua che consacra un altro anglicismo, prima preso in prestito, poi adottato, fino a divenire di uso comune per la lingua italiana, collegato alla moda e di questa forsanche collega. La fiction e il fashion, ma anche il kitsch e i chi se ne frega di tutta questo magma in eruzione. Dire finzione piace meno all’orecchio aggraziato dal flebile suono della parola fiction. Ogni parola prende il peso che pensa di aver perso per promuovere precocemente e per sempre il di lui palese pensiero persuaso e perverso. Posso potere? Se la mettiamo così, le strade si diramano nei due percorsi paralleli del potere. Finiamola con tutte queste p… p… parole. Ci mettono sempre una vita ad uscir fuori. Sembrerà un paradosso sapere che le parole ci mettono tanto ad uscire dalla bocca di chi le proferisce, tenendo conto che il parlante non è muto ma vede, sente e articola benissimo. I suoi arti poi, danzano nell’aria, dal primo risveglio, stiracchiandosi con grazia, distendendo i muscoli contratti e quelli sottratti, ritratti di una vitalità astante. Che cos’è quella forza gravitazionale che ci lega alla vita e nella vita ci sfugge, facendoci cadere distratti, tratti delicati ed eleganti di una vita che inganna. Responsabilità, è di questo che parliamo quando ci accostiamo alla vita. Parcheggiamo, lì, in sosta vietata, sostiamo accostandoci: furbescamente ci svincoliamo da ogni forma di responsabilità, accostandoci. Ciò che sottovalutiamo, in realtà, è il non riuscire ad ammettere a noi stessi, esseri responsabili del nostro stesso essere in quanto tale e anche del tal de tali, è l’impossibilità di vivere non restando concentrati. La vita è concentrazione. Abbiamo bisogno di concentrare i nostri muscoli, da quelli facciali a quelli lombari fino a quelli volgari, in un’unica volontà. Che poi questa idea della volontà venga chiamata destino, fato, casualità e chi più ne ha più ne inventi, è un’altra storia, ancora più vecchia della mia. Io ho solo ventiquattro anni. Ma adesso basta parlare di me. Parliamo di lei. Lei, sì, una a caso, o anche se ce l’avete a casa, a portata di orecchi, va bene lo stesso. Parliamo di lei. No, no, non la donna. Il lei si usa anche per indicare la terza persona singolare. Ricorda le regole grammaticali? Quelle che, per il lemma che possiedono, dovrebbero esser pesate in grammi, di cui sarebbe difficile pesarne i grammi e non mangiarle. Le regole, dicevo, si mangiano. Hanno un sapore dolciastro, un colore olivastro e un abito verdastro. Le regole hanno sempre delle eccezioni. Le parole, sono piene zeppe di eccezioni. Le zeppe che indossano le parole, su quell’abito verdastro e con quella carnagione olivastra, sono davvero abominevoli. Eppure piacciono! Piace ascoltarne il suono, immaginarsi quel colore opaco, soffermarsi a contemplare il loro andamento, su quelle zeppe. Lei, adesso, provi un attimo a guardarmi. Cosa vede? Una ventiquattrenne o una bambina? Una bella ventiquattrenne o una bella bambina? Una abbastanza sicura o una poco certa? Una che potrebbe fare tanto, o una che alla fine non farà niente, una fallita, insomma? Lei vede una, o ne vede due? Non è facile condurre lo sguardo verso qualcosa che si ha di fronte. Non si sa mai che cosa guardare. Molto spesso, se la persona di fronte a noi sta parlando, ci si sofferma sulle labbra che articolano ogni lettera, ogni parola, ogni tono. Sì, tono. Noi, noi, esseri umani, sì noi esseri umani, abbiamo dei toni. Per questa ragione, riusciamo a distinguere una persona del nord da una del sud, per via della cadenza che poi non è altro che tono. Il tono che si fonde con la cadenza del luogo.

Ecco un’altra riflessione, un po’ più banale delle altre, ma piuttosto riflessiva, scattante, d’impatto: se non avessimo la pronuncia che abbiamo – ecco, ora parlo di pronuncia, ma per farvi capire che alla fine tono, pronuncia, cadenza, convergono tutti nella stessa solfa della linguistica – quindi il tono, la pronuncia, la cadenza, ma anche la carenza di lessico, ecco la domanda, saremmo la stessa persona che siamo, davanti a noi stessi e agli altri? Delle volte penso che la fiducia, la bontà, l’immagine che abbiamo di noi stessi siano strettamente correlate al nostro parlato. Ed è strano come questa cosa ci condizioni. Non è così? Fateci caso! Disponiamo tutti dello stesso apparato fonatorio, solo che ciascuno di noi trasmette una tonalità che non somiglia affatto a quella di qualcun altro. Non è detto che sìano suoni esclusivi, di fatti, molto spesso è anche facile similare la voce di un cantante e quindi il suo suono. È anche vero, però, che il suono di voce non corrisponde alla nostra identità, sessuale per esempio. Basti pensare che ci sono molte donne che hanno una voce piuttosto mascolina, e non diresti mai che, dopo averci parlato a telefono, le conosci personalmente e ne resti sbalordita. In quel caso, la spiegazione scientifica, o meglio genetica, si risolve in ormoni e peli in più. Quando si dice “per un pelo”, quel detto lì, non è affatto scontato. Fateci caso, e dopo averci fatto caso, dimenticate il caso. Abbandonatelo totalmente! Non è vero. Non è assolutamente vero che la persona è affidabile o meno per il suo tono di voce. O peggio ancora che la mia, o anche la tua, personalità possa essere dissacrata da un suono. La voce non corrisponde all’essenza fisica dell’essere. Io, per esempio, non suono. Non sono, non suono uno strumento musicale. “Io non mangerei mai”. Sì, è una frase che martella in testa come una voragine di lettere scomposte a cui devo dare un senso, un motivo, un’intenzione. Non è vero che non mangerei mai, ma è vero che lo sto dicendo e che quindi deve essere vero. Non è fiction. È vero.

«Io non mangerei mai». Analisi grammaticale: Io soggetto, non negazione, mangerei voce del verbo mangiare, condizionale, mai… Ecco, è proprio il “mai” che ha forza in questo periodo. Dico, di questi tempi, mai dire mai. Non si sa mai. Sia mai che qualcosa cambi. Io mi cambio tutti i giorni. Io non credo di essere la stessa persona ogni giorno. Sono convinta che quando vado a dormire, in realtà, ho già finito di essere la persona che sono stata in ventiquattro ore. Ho ventiquattro ore, non ventiquattro anni. Sono come le farfalle, avete presente, le farfalle che nascono all’alba e muoiono al tramonto. Bella vita. Assaporano quello che la vita offre loro in quel giorno; loro sanno che andranno a morire molto presto, e non pretendono di più; sanno di non avere abbastanza tempo per fare altro, per cercare dell’altro. Noi invece no. Noi sappiamo di avere in media cento anni, e questo ci condiziona. «Io non mangerei mai», è un condizionale, un condizionare se stessi. Io non mangerei mai, se avessi la certezza di sparire tra qualche ora. Quando vado a dormire, cerco di mantenere questa fermezza, non di smettere la vita, so per certo di smettere i vestiti di quel giorno, ma non di pensare. So che non smetterò di pensare, ma so anche che quasi sicuramente darò una pausa ai miei pensieri quando il sonno sarà troppo forte da non poter concentrare tutte le mie energie nel mio corpo, e allora sì, non mangerei mai. «È una perdita colossale di tempo e di energia. Un finto rito sociale che ci avvicina alle bestie: l’uso delle posate, poi, è una banale sofisticheria, buona solo a complicarci la vita. Per il resto, la differenza che corre fra te, me e una vacca è pressoché nulla». È Virginia, Virginia Woolf. Non sono io. Io, il giorno seguente a quelle otto ore di sonno, sono un’altra persona. Risveglio i miei pensieri con un nuovo proposito, anche se con i vecchi ricordi del giorno passato da cui tento di staccarmene. Eppure, durante la giornata, ti capitano quasi sempre dei rimandi al passato. Incontri una persona che non vedevi da tempo, e questa esordisce con un volo nel passato, intonando un’interrogativa indiretta «Da quanto tempo non ci vediamo?» che non intende sempre essere una domanda diretta ma indiretta. Altre regole, le domande indirette. Dico, se non ci tieni a pormi una domanda direttamente, perché non mandi qualcun altro al posto tuo, così ti levi anche il pensiero? Le domande indirette sono maleducate. All’inizio sembrano delle palesi domande, anche piuttosto garbate, ma terminano con un’intonazione così forte, tagliente, impicciona, codarda, che sfugge la domanda stessa, per declinare un’affermazione da cui non ci si aspetta affatto una domanda ma una riflessione interrogativa. È più facile a dirle che a farle, le domande indirette. Sono sgarbate. Ti inchiodano, volente o nolente, nella condizione di risposta, di risposta indetta, inetta, interdetta, non detta, che resta lì nei tuoi pensieri, e prima ancora nei tuoi ricordi. Tenti di ricordare, inevitabilmente, quando inizia un nuovo giorno c’è sempre qualcuno che ti fa ricordare. Persino all’interno delle stesse ventiquattro ore, c’è sempre qualcuno che ci gode a vederti in stato interrogativo permanente, con le classiche domande del «che cosa hai fatto ieri?», «che cosa hai mangiato a pranzo?», «che cosa farai domani?». Assurdo uscirne fuori. Vorrei protestare contro la lingua italiana. Io non credo affatto che l’uomo, sin dalle sue origini, si sia posto delle domande. Credo l’abbiano fatto gli altri. Non credo nelle grandi domande dell’uomo. Credo che in molti altri stati queste domande non le conoscono. Il problema è nostro, è linguistico, di questa maledetta lingua che non la smette di ruotare.
Sono una grande osservatrice. Trascorro gran parte del tempo ad osservare gli altri, specie coloro che non s’interrogano, riuscendo addirittura ad interrogarmi io per loro. Mi chiedo spesso, come facciano quelle persone che non hanno alcun interesse, che non si preoccupano del domani, a vivere. Vivere non è un concetto astratto, vivere è un concentrato di azioni, di energie, di tempi. Ecco quello che intende dire Virginia Woolf, mangiare è una colossale perdita di tempo, similmente al non coltivare interessi di qualsiasi natura.
Altre volte mi chiedo perché ci consideriamo degli “esseri umani”, perché proprio due parole per indicare un solo concetto che a sua volta ne racchiude due, quali uomo e donna? Esseri e umani. Essere… essere o avere? Essere o sembrare? Essere o non essere? Questa parola ha scomodato molte teste. Esseri umani. Convenzioni. Virginia continua «Il cibo che stipiamo ogni quattro ore nella pancia contamina lo spirito: il respiro si fa affannoso, l’alito residua degli odori che ci rimescoliamo in bocca e ci allontaniamo da noi stessi, dalla verità che dovremmo essere». Essere. Tutto ritorna.

Questi ed altri interrogativi seguono un lungo studio sul personaggio. Interrogarsi per poter dar voce a quegli interrogativi. Quasi certamente, sono la stessa persona di ieri, e forse sarò anche quella di domani. Se penso che domani potrei essere Virginia Woolf, forse saprei già cosa pensare. So cosa state pensando? Sull’infattibilità di essere una persona morta o comunque di una certa costituzione, non vi contraddico. Se avete pensato all’estetica, infatti, mi compiaccio satiricamente con voi che non la smettete di guardarmi il naso, le mani, le gambe, i fianchi, i piedi, e tutti quei dettagli che vi escludono dallo stato di interlocutori. Ho detto interlocutori? Ho sbagliato. Si dà il caso che voi non siate miei interlocutori, ma interlocutori inconsci e inconsapevoli di Virginia Woolf. Siete interlocutori che si astengono dal giudizio. O forse no?! Con chi sto parlando allora? Serve davvero avere una risposta ad ogni domanda? No, per esempio, le domande indirette non hanno risposta.  Pertanto voi potreste essere i miei interlocutori indiretti. C’è qualcosa di diverso della solita conversazione. Non parlate. State lì, seduti, a contemplarmi e non sembrate ascoltarmi. Se fossimo stati in un rapporto tra parlante e interlocutore mi sarei potuta offendere. Continuate a guardar tutto, fuorché le parole. Le parole! Sono queste che dovete guardare. Sembrate indossare lo stesso sguardo esaminatore, come di fronte ad un quadro, in cerca del dettaglio, in attesa di qualcosa. Come in sala d’attesa, con la sedia rivolta in direzione di una parete bianca. Roteano le vostre pupille, vanno su e poi scendono, perdono d’intensità con il tempo. L’attenzione declina, il sedile è reclinato, il crinale è seduto, il dovuto è penale. Potrei anche chiedermi cosa ci faccio qui, e potrei rispondermi direttamente. Conosco questa risposta. Esordisco così, ogni giorno, con una riflessione sul mio perché, sul perché io, sulle mille possibilità di poter essere un’altra diversa da me, e sull’impossibilità di riessere. Ci saremmo chiamati riesseri riviventi. Suona male, certo, ma siamo domiciliati presso le nostre domande. Andiamo avanti a domandarci della vita, e quasi mai della morte. Il problema siamo noi, la nostra mente, la mente umana, che per una sorta di buon senso, ammira le barriere, come fossero dei quadri variopinti. Ecco perché non vi comportate da interlocutori, perché una parola è in grado di condizionarvi, molto più di un gesto, voi siete spettatori, e in quanto tali dovete aspettare, proprio come in una sala d’aspetto. Avete incollato i vostri sensi alle parole. Consumate tutte le vostre energie vitali nell’asserzione di un enunciato. Asserite. Non ora. Perché? Il buon senso, lo dice anche Virginia, che il buon senso è surclassato di convenzioni che vi legano. «Non credere a quello che vedi, non esiste. Questa vecchia megera che sono diventata, non esiste».
«Non credere nella famiglia: l’abbiamo inventata per redimerci dalla solitudine in cui siamo nati e in cui moriremo. E non credere che un altro essere umano potrà farti felice o sottovaluterai il senso della persona unica e meravigliosa che potresti essere». Siamo. Ecco tutto. Io sono qualcosa che voi tentate di scomporre. Io compongono e voi scomponete. La vita è concentrazione di una scomposizione. Scomposti, ci lasciamo andare, nell’attesa di qualcuno che ci componga e, alla fine, che ci compianga.

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